COSA FANNO LE PIANTE DOPO UN INCENDIO? ALCUNI ESEMPI DAL MONTE PISANO. Resoconto sul Seminiamo Saperi on-line, Sabato 9 Maggio 2020.

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Il Dott. Davide Borgia, dottorando presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali (SAF) dell’Università degli Studi di Palermo in collaborazione con la Dott.ssa Francesca Logli, esperta di gestione forestale del Parco Migliarino San Rossore Massaciuccoli, ci guidano in un tour virtuale a partire da Crespignano e Nicosia per capire insieme come la vegetazione ricomincia a colonizzare il territorio dopo un incendio. Quanto osservato dalle foto aeree storiche che ripercorrono l’alternarsi di ricrescite e incendi e quanto osservato direttamente sul campo tra l’incendio del 2009 e l’incendio del 2018 e dopo quello del 2018 può servirci per comprendere meglio l’evoluzione vegetale del Monte e come possano essere utilizzate queste conoscenze per gestire a lungo termine l’attuale situazione di dopo incendio.

1Particolare della carta di vegetazione di Bertacchi et al. che inquadra la situazione al 2004. A: macchie postincendio; B: pineta; C:lecceta; D: gariga; E: coltivi;

La vegetazione del Monte Pisano è il frutto, oltre che dell’intenzionale intervento umano, anche delle interazioni incidentali con incendi di varia frequenza. Il Pino (Pinus pinaster) introdotto sicuramente fin dai tempi della Repubblica di Pisa (e probabilmente seminato negli anni ’50 del ‘900) è un attore principale delle dinamiche di incendio del monte e alla sua presenza è legato l’aumento del rischio di incendio poiché, come conifera resinosa e dal rapido accrescimento, risulta essere un ottimo combustibile anche in piena attività vegetativa. La frequenza del passaggio di incendi determina la capacità di rinascita del Pino: una frequenza bassa permette al pino di raggiungere l’età di produzione dei semi e quindi al momento dell’incendio questi saranno rilasciati dalle pigne (decine e a volte a che fino a centinaia di migliaia di semi /ha) e ricolonizzeranno rapidamente l’area percorsa dal fuoco.

2 Le resine che racchiudono i semi nelle pigne si sciolgono al passaggio del fuoco e permettono la dispersione dei semi che andranno a ricolonizzare l’area. Ciò tuttavia non si verifica quando, come in foto, i coni sono ancora immaturi. [Foto di Davide Borgia]

3 Plantula di pino marittimo in uscita dal seme. [Foto di Davide Borgia]

4 Autunno 2018 – Plantula di pino marittimo. [Foto di Davide Borgia]

5 L’alta incendiabilità di un pino è testimoniata dal fatto che il fuoco può scendere lungo il tronco del pino fino nel sottosuolo, coinvolgendo la radice; ciò normalmente si verifica con i tronchi e i ceppi che erano già morti al passaggio del fuoco. Per diverse ore o giorni dopo un incendio si vedono queste cavità fumanti. [Foto di Davide Borgia]

6 Autunno 2018 – vallino di Nicosia. Gli effetti di due incendi sono sovrapposti. i vecchi tronchi morti e caduti a terra stavano sotto la pinetina di ricrescita, anch’essa adesso andata in fiamme. [Foto di Davide Borgia]

7 Primavera 2018 – vallino di Nicosia. Alta densità della ricrescita dei pini. [Foto di Davide Borgia]

8 Primavera 2018 – vallino di Nicosia. Giovani pini coprono le vestigia del genitore. [Foto di Davide Borgia]

Se il tempo di ritorno dell’incendio è troppo breve il pino non raggiungerà la maturità sessuale e dopo l’incendio della perticaia o novelleto costituito dai giovani pini non si avrà ricolonizzazione. Terza situazione: se al bosco si lascia abbastanza tempo per maturare (nell’ordine delle centinaia di anni), il pino, benché rapido nella crescita, subirà dopo qualche tempo l’impossibilità di lasciare progenie in una macchia di sottobosco divenuta troppo fitta.

9 Primavera 2018 – versante di Crespignano. Fitta copertura di sughere e macchia sotto un rado strato superiore di pino marittimo. Più la macchia matura e più la generazione di nuovi pini risulta difficoltosa. [Foto di Davide Borgia]

10 Primavera 2018 – vallino di Nicosia. Alta densità di pinacchiotti; in fondo, sul crinale, sughere. [foto di Davide Borgia]

Dopo un incendio i meccanismi di rivegetazione sono due: per seme, come avviene per il pino, e per ricaccio vegetativo.

Le piante a rivegetazione per seme

Come il pino le piante erbacee del genere cisto di cui fa parte Cistus salvifolius traggono vantaggio dal passaggio di un incendio e si dicono pirofite attive generative. I loro semi hanno infatti una alta resistenza alle temperature e su un terreno privato dei concorrenti, germinano in abbondanza (anche centinaia di piante/m2) per poi regredire nel numero all’aumentare di altre specie vegetali più lente nella germinazione ma con sviluppo maggiore sul lungo periodo.

11 Autunno 2018 – Cistus salvifolius con altissima densità di germinazione. [foto di Davide Borgia]

12 Cistus salvifolius [foto di Davide Borgia]

13 Cistus salvifolius

La Ginestra spinosa o Ginestrone di Spagna (Ulex europaeus) ha anch’essa un comportamento da pirofita con una buona capacità di rigenerazione post incendio che avviene per seme e, oltre a pungere dannatamente con i suoi aculei ha, come il pino, la simpatica caratteristica di bruciare benissimo.

Le piante a ricaccio vegetativo

Le piante a ricaccio vegetativo più diffuse sul Monte Pisano (perché in grado appunto di rigenerarsi a partire dagli organi sotterranei) si possono indicare, fra le altre, la roverella (Quercus pubescens), il leccio (Quercus ilex), il castagno (Castanea sativa), le eriche (Erica arborea e E. scoparia), il mirto (Myrtus communis), le filliree (Phyllirea angustifolia e P. latifolia), il corbezzolo (Arbutus unedo), il citiso (Cytisus villosus), l’alaterno (Rhamnus alaternus), come pure diverse erbacee perenni come l’asparago (Asparagus acutifolius), la stracciabraghe (Smilax aspera) e il caprifoglio (Lonicera implexa). Da notare il fatto che corbezzolo, erica (sia arborea che scoparia), mirto e un’altra ericacea, il brugo (Calluna vulgaris), ecc., prediligono i terreni acidi e quasi non si trovano nelle aree caratterizzate da rocce carbonatiche che dànno suoli basici.

14 Autunno 2018 – ricaccio di Cytisus villosus [foto di Davide Borgia]

15 Autunno 2018 – Cytisus villosus [foto di Davide Borgia]

16 Citiso (Cytisus villosus ) e stracciabraghe (Smilax aspera) [foto di Davide Borgia]

17 La salsapariglia nostrana (Smilax aspera) o stracciabraghe è indimenticabile. [foto di Davide Borgia]

18 Caprifoglio [foto di Davide Borgia]

19 Caprifoglio – Lonicera [foto di Davide Borgia]

20 Autunno 2018 –  Giovane pianta di leccio [foto di Davide Borgia]

21 Autunno 2018 – Giovane pianta di roverella. [foto di Davide Borgia]

22 Autunno 2018 – Ricaccio di castagno. [foto di Davide Borgia]

23 Autunno 2018 – Ricaccio di castagno. [foto di Davide Borgia]

24 Autunno 2018 – Ricaccio di castagno. [foto di Davide Borgia]

25 Autunno 2018 – Corbezzolo?. [foto di Davide Borgia]

26 Arbutus unedo, il corbezzolo, tipico della macchia mediterranea sui terreni acidi. [foto di Davide Borgia]

27 Calluna vulgaris [Di bdk, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31992 ]

28 Autunno 2018 – ricaccio di Erica arborea, tipica dei terreni acidi. [foto di Davide Borgia]

29 Erica scoparia, tipica della macchia mediterranea su terreni acidi.. [foto di Davide Borgia]

30 Abbondante ricaccio di asparago. Asparagus acutifolius. [foto di Davide Borgia]

germinazione di erbacee

31 Germinazione di cisto e qualche erbacea non identificata. [foto di Davide Borgia]

32 germinazione di erbacee. [foto di Davide Borgia]

33 germinazione di erbacee. [foto di Davide Borgia]

34 germinazione di erbacee. [foto di Davide Borgia]

35 germinazione di erbacee. [foto di Davide Borgia]

36 germinazione di erbacee [foto di Davide Borgia]

il diversa reazione di Bosco a latifoglie, macchia e pineta

I boschi di latifoglie, che siano costituiti da castagno (che predillige terreni acidi) o sughere (su terreni acidi o neutri) oppure lecci (che stanno sia su terreni acidi che basici), hanno in generale una maggiore resistenza al fuoco rispetto alla macchia (ad es. di corbezzoli ed eriche) che a sua volta presenta meno problemi rispetto alla infiammabilissima pineta.

il ricaccio aereo

La Sughera (Quercus suber) è un’altra pianta che trova vantaggi competitivi nel passaggio del fuoco. Le sughere sono capaci di un ricaccio anche aereo in virtù della loro corteccia isolante, il che fa di loro le piante più alte per qualche decina degli anni successivi e quindi le pone in condizioni di vantaggio rispetto ad altre specie.

37 Ricaccio aereo di sughera. [foto di Francesca Pisseri]

38 Ricaccio basale di sughera. [foto di Davide Borgia]

39 Autunno 2018 – primissimo ricaccio aereo di sughera. [foto di Davide Borgia]

40 Primavera 2018 – Vallino di Nicosia. Gli alberi a ricaccio verticale hanno un vantaggio in altezza sui giovani pini ma non in quantità in questo caso. [foto di Davide Borgia]

41 Primavera 2018 – versante di Crespignano. Le vecchie Sughere riuscendo a ricacciare in altezza dominano la macchia bassa che ha ricacciato dalla base (gli scheletri dei fusti sono ancora su) o di nuova generazione venuta per seme. [foto di Davide Borgia]

La discussione sui possibili interventi successivi l’incendio.

Viene posto il problema su cosa è possibile fare in una situazione così compessa.

Francesca Logli suggerisce che prima di chiederci cosa fare dovremmo chiederci cosa vorremmo dal territorio nel quale viviamo o che gestiamo; dopodiché ci basiamo sulle caratteristiche del suolo, e del bosco (esistente o pre esistente), sulla posizione, e sulle tendenze evolutive, in questo caso sulla rigenerazione del bosco stesso, come ci ha detto Davide. In particolare la resilienza di queste aree è raggiungibile mediante il mantenimento della biodiversità e la creazione di una alternanza tra aree boscate e aree a prato (possibilmente prati-pascolo). Volendo inoltre rendere fruibili paesaggisticamente e turisticamente le aree boscate, esse dovranno essere opportunamente diradate e pensate come una alternanza di ambienti (quindi anche col recupero dei castagneti, ad esempio) uniti e visitabili attraverso un circuito sentieristico. Tutto questo, si immagina Francesca, non potrà essere realizzato se non con una pianificazione di interventi che durino almeno 10-15 anni poiché qualsiasi intervento estemporaneo avrà scarsa efficacia, limitata nello spazio e nel tempo. La frammentazione delle proprietà rende difficoltosa una programmazione del genere e Francesca Logli auspica un intervento pubblico che garantisca una programmazione lungimirante.

Fabio Casella interviene sostenendo questa ipotesi e portando esempi di buone pratiche di diradamento del pino, che dessero luce alle giovani piante di latifoglia più resistenti agli incendi. Porta inoltre l’esperienza, in questo caso negativa, dei tentativi di piantumazione di alberi in aree percorse dal fuoco che in alcuni casi sono state soffocate dalla vegetazione più competitiva ed in altri non hanno trovato un ambiente sufficientemente protetto e adeguato alle loro esigenze. I risultati sono sempre stati a dir poco insoddisfacenti (sono miseramente seccati).

Davide suggerisce grandissima cautela su qualsiasi decisione riguardo alla gestione del territorio bruciato dato che ha mostrato chiaramente la complessità delle interazioni che si hanno nel mondo naturale e tra questo e il fenomeno degli incendi. La cosa migliore è senz’altro cercare di assecondare i processi naturali e indirizzarli poi verso un’evoluzione guidata. Una delle conclusioni dello studio di Davide infatti riguardo la possibilità di rimboschimento è che le macchie di latifoglie più resistenti alle fiamme debbano essere privilegiate rispetto ai pini incendiari e questo può essere fatto solo rinforzando la naturale capacità di espansione delle specie resistenti. A esempio, utilizzando gli esemplari sopravvissuti come “piante madre”, si potrebbero raccogliere semi/ghiande sotto la loro chioma e, senza portarli in luoghi a loro totalmente estranei, spingere verso una maggiore rapidità di espansione delle macchie di latifoglie e dando una maggiore possibilità di sopravvivenza alle giovani piante.

42 Quercus ilex con tutore. (questo è un leccetto piantato da qualcuno a Nicosia subito dopo l’incendio) [foto di Davide Borgia]

43 Primavera 2018 – Sughere e macchia in un impluvio del versante di Crespignano. [foto di Davide Borgia]

44 L’erosione del suolo sarà massima dove il terreno resta più a lungo scoperta dopo l’incendio, ad esempio dove è bruciata una pinetina di ricrescita originatasi in seguito ad altro incendio, e dove quindi mancherà il rinnovamento dei pini e al contempo il ricaccio o rinnovamento di altre specie sarà scarso. [foto di Davide Borgia]

45 . Autunno 2018 – Vallino di Nicosia [foto di Davide Borgia]

46 Autunno 2018 – Vallino di Nicosia. È evidente la perdita di suolo in un terreno acclive e spoglio dalla vegetazione come questo percorso dal fuoco. il ruscellamento superficiale porterà facilmente a valle le particelle di terreno sciolto lungo canalizzazioni esistenti e di neo-formazione. [foto di Davide Borgia]

47 Autunno 2018 – Da questo tratto di pineta le fiamme sono passate abbastanza basse, infatti la chioma è seccata ma non è bruciata. [foto di Davide Borgia]

48 Vallata di Montemagno vista da sopra Nicosia. La vegetazione di molti impluvi non è bruciata, o è bruciata meno, da un lato perché il vento tende a favorire la propagazione delle fiamme sulle dorsali collinari, e dall’altro perché la vegetazione lì presente (latifoglie) è intrinsecamente meno soggetta agli incendi. [foto di Davide Borgia]

49 .[foto di Davide Borgia]

50 . [foto di Davide Borgia]

51 . [foto di Davide Borgia]

Borgia, Davide – Bertacchi, Andrea – 2019/02/11 https://www.researchgate.net/publication/333018283_Vegetazione_e_incendi_Osservazioni_sulle_dinamiche_di_rigenerazione_post-incendio_su_fitocenosi_arbustive_e_forestali_del_Monte_Pisano_Monte_della_Verruca


Altro materiale utile sulla vegetazione dei Monti Pisani

https://www2.muse.it/pubblicazioni/5/actaB81/ACTA21_garbari.pdf